Crosetto all’Università di Padova delinea il futuro dell’Italia e del mondo tra vecchi equilibri e nuove sfide tecnologiche

Riproponiamo l’interessante discorso del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervenuto al convegno dedicato al tema “La ricerca di nuove sicurezze: La difesa nazionale e la pace, fra incertezze UE ed egemonia USA” organizzato dall’Università di Padova.
Non è un compito facile cercare di tirare le conclusioni dopo quello che abbiamo sentito. Lasciatemi iniziare ringraziando per l’ospitalità la Rettrice dell’Università di Padova, la Professoressa, e il Presidente di Padova Legge, il Dottor Possamai. Ringrazio anche Enrico Mentana, Luca Zaia, il Signor Ciambetti, l’Avvocato Pinelli, Vicepresidente del CSM, che mi ha invitato oggi qui per questa conclusione, l’amico Lorenzo Guerini, il Procuratore Nazionale Antimafia Melillo e tutti i presenti, in particolare il Professor Massa.
Mi ero preparato un discorso, mi avevano scritto un discorso, mi ero preparato un discorso che non leggerò, perché le suggestioni dei vostri interventi non mi obbligano a continuare ciò che ho sentito. Parto dall’ultimo intervento del Dottor Melillo, che ha detto una cosa che condivido totalmente: noi spesso parliamo come se vivessimo ancora trent’anni fa, perché siamo cresciuti con delle convinzioni, con delle idee, con un intorno che è profondamente mutato, e soprattutto quelli della mia generazione non si accorgono che è mutato.
Noi parliamo di Europa – ed è la parte che meno condivido del suo intervento, Professor Massa – come se l’Europa contasse. L’Europa forse un tempo avrebbe potuto contare se si fosse dato un ruolo politico che non si è mai dato. L’Europa non ha mai avuto una politica estera perché non poteva avere una politica estera, perché la politica estera era nazionale, come la difesa è sempre stata nazionale. Ma è finito il tempo in cui l’Europa poteva avere quel ruolo. Lo dico con tristezza, Professore, perché è cambiato il mondo.
Noi viviamo in un mondo profondamente diverso. L’ho sintetizzato prima alla Rettrice con una battuta: siamo passati da un mondo in cui contavano i valori a un mondo in cui conta il valore economico. Siamo passati dall’epoca delle grandi democrazie, delle grandi conquiste sociali, all’epoca delle grandi potenze, e non ce ne siamo accorti.
In questo cambiamento, e in questo sono totalmente d’accordo, Professore, noi abbiamo un dovere: quello di presidiare le conquiste di migliaia di anni che ci hanno portato a codificare un diritto internazionale che è totalmente diverso da un ordine internazionale ed è molto spesso in contrapposizione con un ordine internazionale, perché l’ordine internazionale normalmente è imposto da qualcuno, il più forte, che può decidere che quel diritto in alcuni casi non conta. È quello che viviamo adesso, in cui riusciamo a coniugare perfettamente il diritto internazionale in una situazione, in un’altra ce lo dimentichiamo, in un’altra lo mettiamo da parte, perché prevale una visione di ordine internazionale rispetto a quella di un diritto diffuso internazionale.
Questo perché è morta la multilateralità. L’ONU conta come l’Europa nel mondo? Niente. Meno di una nazione, non meno degli Stati Uniti, meno della Cina, tra poco meno dell’India, meno di Israele. Il mondo nuovo in cui viviamo è un mondo dove la lotta non è solo quella che vediamo combattere per pezzi di territorio; la lotta è la supremazia tecnologica. La lotta del futuro tra le grandi nazioni, che si combatte soprattutto tra Cina e Stati Uniti, quella in sottofondo, è sulla supremazia tecnologica.
Chi sarà il primo che arriverà sull’intelligenza artificiale coniugata col quantum computer vincerà la sfida, governerà il mondo. Lo disse quindici anni fa, no, dodici anni fa, una persona che non era uno scienziato: si chiamava Vladimir Putin, dodici anni fa. Ma voi sapete benissimo che parlare di intelligenza artificiale significa parlare di risorse. Perché Trump è interessato alla Groenlandia? Per i cinquantamila abitanti della Groenlandia? Perché la sfida del futuro si vince ad esempio con l’intelligenza umana, con la costruzione degli algoritmi, con lo sviluppo di model language sempre più complessi e con meno vincoli morali, come sta facendo la Cina, con una catena di approvvigionamento energetico costante, perché sappiamo tutti che l’intelligenza artificiale, come i grandi centri di immagazzinamento dati, richiedono una capacità di potenza di produzione energetica superiore a quella che abbiamo.
Materie prime. Vogliamo parlare della dipendenza dell’Europa, che non è più un attore globale neanche nella sua interezza, per mille motivi? Non ha materie prime, non ha materie energetiche, ha un’età media di popolazione che arriverà a quarantasette anni. L’Italia, nel 2027, avrà ventisette milioni di abitanti in meno di quelli che ha adesso, solo per capirci quali sono le prospettive di crescita. E l’Africa nel 2010 aveva 3.700.000 abitanti, tre miliardi e settecento milioni di abitanti, a cento chilometri dall’Europa.
Ma a oggi gli Stati Uniti dipendono dalla Cina per le terre rare all’ottanta per cento, l’Europa dipende dalla Cina per le terre rare al cento per cento. Le terre rare sono la base della costruzione di qualunque futuro tecnologico. Quella è la grande sfida che c’è al di sotto anche delle guerre, del riassestamento dell’ordine mondiale che vediamo.
In questo, noi abbiamo due necessità: una nazionale, perché siamo una nazione, e una internazionale. Io ho il compito in questa nazione di pensare alla sicurezza e alla difesa, assieme ad altri attori. La sicurezza al Ministero della Difesa, la difesa, che non posso assicurare sicuramente da solo, che posso assicurare solo attraverso alleanze internazionali. L’unica che abbiamo per assicurarla adesso è la NATO, che mi tengo ben stretta, perché altrimenti io non sarei in grado di assolvere il compito che devo assolvere per mandato.
L’altro è la sicurezza, che è un termine molto più complesso, perché ci rientra quella economica, quella sociale. Perché sicurezza significa la possibilità di una nazione di crescere, di ogni individuo di una nazione di crescere in libertà. Ed è molto più complesso perché ci mette a disposizione degli equilibri mondiali, cioè la mette nelle mani di altri attori che non siamo solo noi e che noi stessi non possiamo determinare. Noi possiamo concorrere a costruire le condizioni migliori, e in questo io sposo totalmente l’idea del Professor Massa di una – lo dico da tempo, ma l’ho detto alla NATO, lo dico all’Assemblea NATO – che fin quando non faremo crescere organismi multilaterali non avremo nessuno in grado di garantire delle soluzioni di pace ai conflitti che si aprono, perché le soluzioni di pace ai conflitti che si aprono non possono essere portate avanti dagli stessi attori dei conflitti o dagli alleati degli attori dei conflitti. Devono essere portati a casa da qualcuno che sia terzo, per quello nascono le organizzazioni multilaterali.
Professore, io alla NATO da due anni e mezzo, lo sa Lorenzo perché lo racconto al Copasir, lo dico anche qua: da due anni spiego alla NATO che la NATO non ha più ragione di esistere, perché una volta il centro del mondo era l’Oceano Atlantico, adesso il centro del mondo è il mondo. Il mondo una volta erano gli Stati Uniti e l’Europa, adesso gli Stati Uniti continuano a essere rilevanti nel mondo, l’Europa meno, ma c’è tutto il resto del mondo, non solo il Sud del mondo, i grandi attori con cui va costruito un rapporto. Perché se la NATO nasce per garantire mutua difesa, per garantire la pace, più aumenta, più diventa un’organizzazione che si prende questo compito a livello mondiale, parlando col Sud del mondo, dal Brasile all’India, tanto per capirci, all’Australia, al Giappone, e diventa in qualche modo qualcosa di profondamente diverso, in cui l’articolo 5 diventa la base dell’ONU, cioè di un organismo multilaterale a difesa di un mondo sempre più integrato nel garantire la pace, oppure noi non raggiungeremo l’obiettivo che ci poniamo tutti, che è quello di avere una sicurezza in cui tutti possono confrontarsi all’interno di regole che valgono per tutti. Solo lì puoi costruire e dare forza al diritto internazionale, perché il diritto internazionale senza una forza dietro non esiste. È come la raccomandazione della mamma, se non ci sono sanzioni e conseguenze quando non viene rispettato. E se le sanzioni e le conseguenze vengono fatte rispettare dal massimo delle nazioni possibili, allora noi abbiamo davanti questo mondo difficile e complesso.
In questo mondo difficile e complesso, siamo poco, contiamo poco come potenza, ma moltissimo come possibilità di contaminazione positiva, perché ci portiamo dietro, e non lo dico perché sono in quest’aula, centinaia di anni di integrazione, di dialogo, lo diceva prima anche il Presidente Zaia, di convivenza. Ci portiamo un approccio alle cose del mondo che è un patrimonio straordinario. Questa è la prima università che nasce senza bolla papale, no? Quindi potevano venire qua anche quelli delle altre religioni, perché sono arrivati qua ebrei, islamici, protestanti e laici, perché qua potevano. E noi ci portiamo dietro nel nostro patrimonio genetico la somma di tante piccole Padova che sono aperte e ci sono sempre state nel nostro paese, e l’Europa si porta dietro centinaia di anni di errori drammatici fino alle guerre mondiali, in cui ha costruito con fatica conquiste sociali, diritto internazionale, garanzie collettive, non singole, non nazionali.
Questo è il nostro compito in questo periodo, compito difficile da assolvere, perché, ripeto, sarà il periodo in cui conta il gas, il petrolio, i minerali, il numero di soldati, il numero di bombe, il numero di aerei, la capacità nucleare, perché purtroppo abbiamo cambiato epoca. E ritrovare un ruolo per noi e per il multilateralismo per l’Europa in quest’epoca deve partire dalla considerazione che non siamo più il centro del mondo. Non lo siamo perché siamo totalmente divisi, perché, guardi, io tutte le volte che vado in Francia mi rendo conto che il partito meno nazionalista francese è più nazionalista del più nazionalista italiano, cioè il partito più a sinistra in Francia è più nazionalista di quello più nazionalista in Italia, perché ognuno ha la sua storia dietro e quindi la difficoltà francese di condividere la politica estera nell’Europa è probabilmente il blocco principale e bisogna lavorare lì se vogliamo avere una politica unica europea, perché è il blocco più difficile da superare.
Ma ciò che è il tema più rilevante adesso è il nostro peso, il peso che vogliamo avere in quest’ordine mondiale che cambia. C’è un terzo fattore e lo dico qua perché il ruolo fondamentale lo possono svolgere solo le università italiane. Nella corsa al futuro ci sono le materie prime, c’è l’energia e ci sono i cervelli, quindi la capacità di creare hub di pensiero, di crescita culturale, di crescita di ricerca, è l’unica speranza per alimentare il nostro futuro. E questo passa da un sistema universitario che deve cambiare necessariamente, da integrare col mondo finanziario, col mondo del lavoro, aumentando gli investimenti.
Io ad esempio sono convinto che nel 3,5% che l’Europa mi chiederà di spendere, solo per la difesa, nei… che l’Europa e la NATO mi chiederanno di spendere, chiederanno all’Italia di spendere, c’è spazio straordinario per la ricerca, perché non c’è nulla di ciò che viviamo adesso di innovazione che non sia passato attraverso gli investimenti della difesa americana, ad esempio. C’è spazio per la creazione di un nuovo multilateralismo, c’è spazio per la creazione e la declinazione in modo diverso delle missioni di pace che abbiamo fatto come Nazioni Unite o Europa. Non c’è un solo modo di interpretare neanche il termine “difesa” nei tempi in cui viviamo, e anche in questo passa la capacità di uno stato, come diceva lei prima, di cercare di fare da guida rispetto agli altri.
Allora io penso che in questo il Procuratore Melillo, ad esempio, nel suo intervento, ha fatto capire quanto la capacità italiana di individuare come si muove la criminalità internazionale deriva dalla lotta che in questo paese facciamo da decenni, che ci ha dato una capacità di visione superiore ad altri paesi. È il motivo per cui i nostri carabinieri, la nostra polizia, la nostra magistratura viene chiamata all’estero, perché ha la capacità di vedere in modo più profondo rispetto agli altri. Ecco, queste capacità ce l’abbiamo in diversi settori, cioè la capacità di capire le strade che seguirà il mondo e in qualche modo di provare a guidarla è nelle nostre possibilità.
Ciò che a me spiace è che noi perdiamo la possibilità di un ruolo internazionale dell’Italia per la nostra idea di considerare qualunque cosa accade intorno a noi come elemento strumentalizzabile a livello politico interno, il provincialismo con cui affrontiamo qualunque tema, indipendentemente dalla grandezza di quel tema, l’incapacità di sedersi tra persone come abbiamo fatto oggi che la pensano in modo diverso e contaminarci a vicenda, raccontandoci anche quello che non sappiamo gli uni degli altri e insieme individuando una strada di cui nessuno dispone.
Io diffiderei da chiunque mi dicesse come uscire da questi tempi, perché nessuno può sapere come uscire da questi tempi. Si fa con tentativi. Io so cosa noi abbiamo fatto in Ucraina e stiamo facendo, so cosa stiamo facendo per Gaza. Noi siamo stati i primi a usare parole, io per primo, molto dure sull’intervento a Gaza di Israele, dicendo: “Quello militare non ha più senso di esistere, è finito”. Ma perché mi confrontai col precedente Ministro della Difesa israeliano che mi disse questa cosa: “È finito il tempo dell’intervento militare, ogni giorno in più non ha nulla a che fare dal punto di vista militare”. Siamo stati i primi a dirlo perché andava detto, ma da lì arrivare a una soluzione è difficile perché non abbiamo il peso per farlo da soli. Dobbiamo però sforzarci di individuarlo. Abbiamo una capacità di dialogo, e poi ho finito, che fa parte di quella storia anche in Africa, che dobbiamo riuscire a trasferire prima all’Europa e poi alla comunità internazionale.
Ho fatto prima vedere alla Rettrice, io mi sono costruito al Ministero un ufficio che come compito ha quello di raccogliere da tutti i think tank nel mondo le informazioni che mi possono servire per capire dove andrà il mondo, perché è uno dei doveri principali. E quindi molto spesso mi danno cartine, questa è sull’età della popolazione, non ve la faccio vedere perché… ma c’è quella che ci fa capire ad esempio perché questo scontro inizierà tra Stati Uniti e Cina. Vedete, questa è l’Africa: erano i principali paesi che collaboravano con l’Africa dal punto di vista commerciale nel 2003, e questo è il 2023. Quello rosso è la Cina. Questo è quello che sta accadendo nel mondo, questo è il mondo colorato nello stesso modo. Nel 2000 il blu sono gli Stati Uniti, nel 2024 il rosso continua a essere la Cina. Questo è lo scontro che sotto tutti quelli che vediamo sta avvenendo nel mondo, questo è il nuovo assetto, il nuovo ordine che si sta discutendo.
All’interno di questo, non mi pare che i valori che noi pensiamo siano fondamentali per la convivenza tra Stati abbiano più il peso che avevano fino a dieci-quindici anni fa. Sta a noi riportarli al centro della discussione. E io penso che la NATO, dove prima mi diceva Lorenzo: “Vorrei venire nel taschino”, io vorrei andare nel taschino di un altro, o essere magari da un’altra parte, può diventare nella mia testa uno degli strumenti per preservare questi valori, legando le persone e gli stati che ci sono, aumentandone la grandezza e conservando all’interno di quell’organizzazione i valori. Perché all’interno di quell’organizzazione, vedete, c’è una cosa che accade alla NATO: è che ogni persona che interviene, che sia il mio collega americano, che sia il mio collega estone, ha lo stesso tempo e ha lo stesso peso per rappresentare le sue esigenze e ha lo stesso peso per rappresentare i suoi valori, come le Nazioni Unite.
Se le organizzazioni nelle quali ogni stato ha la possibilità di rappresentare la sua voce e la sua storia, indipendentemente dal peso che ha, continuano a rimanere forti, allora la democrazia, i valori e il diritto internazionale possono avere un peso. Il giorno in cui moriranno i consessi nei quali i paesi possono avere voce anche se non hanno forza, allora morirà il diritto internazionale. I luoghi nei quali questo è possibile, i consessi nei quali questo è possibile, vanno difesi con forza, perché difendendo quelli noi difendiamo il futuro nostro e dei nostri figli. Grazie.
